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Giornalisti sempre più invisibili per le testate

Una fotografia dello stato di salute delle condizioni di lavoro dei giornalisti in Ticino conferma il quadro reoccupante che da tempo i sindacati vanno descrivendo. Salari bassi, aumento del carico di lavoro, autonomia di redazione non garantita e precarizzazione i mali messi in evidenza dalle risposte all'inchiesta. Tutti coinvolti, dalla carta stampata ai media elettronici.

© Andrea Tedeschi

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Duemilaequattro. Un anno spartiacque.Eppure, sarebbe dovuta andare diversamente. Gli editori ticinesi avevano infatti assicurato che, firma o non firma, i parametri sarebbero stati rispettati: l'opposizione a un nuovo contratto collettivo di lavoro, avanzata da Schweizer Medien, l'associazione degli editori della Svizzera tedesca, era infatti stata accolta anche dall'Ateg (oggi Stampa svizzera, ndr), quella della Svizzera italiana, federata alla prima.


Da dieci anni, quindi, i giornalisti nostrani e quelli germanofoni si trovano scoperti da un punto di vista contrattuale. Non serviva la palla di cristallo per capire che le condizioni di lavoro sarebbero peggiorate: ma in quale misura?Lo studio presentato venerdì scorso a Viganello è stato commissionato un anno fa. Questa ricerca, la cui idea è nata in seno all'assemblea dell'Associazione Ticinese dei Giornalisti (Impressum-ATG), e poi sostenuta anche da syndicom e dal Sindacato Svizzero dei Mass Media (SSM), è in fondo la conferma, con tanto di dati e analisi, di un sospetto più che realistico. Quella promessa non è stata mantenuta.

Gli editori, finalmente a piede libero, ne hanno approfittato. Certo, c'è la crisi. “Ma l'editoria è da sempre abituata alle fluttuazioni pubblicitarie”, ha spiegato il giornalista incaricato di allestire lo studio, Michele Andreoli, in sede di conferenza stampa, specificando che il questionario è stato inviato a 780 persone, ricevendo un totale di 192 risposte. Come si evince dalle tabelle che arricchiscono lo studio di dati e numeri, a livello di stipendi si assiste a una perdita di velocità: se nel 2006 il salario mediano si attestava su una cifra di 6.193 franchi, oggi come oggi la media si è abbassata a 6.153 – quindi non solo non c'è stato nessun aumento, ma si sono addirittura persi punti, come ha fatto notare Barbara Bassi di syndicom, rilevando come quella cifra sia da prendere con le pinze e da  arrotondare verso il basso, comprendendo anche gli stipendi non proprio miseri di chi sta in cima alla scala.


Per approfondire il tema dei salari, Andreoli ha anche contattato gli editori, inviando loro un questionario; le risposte? Rade e parziali, quando ci sono state (e in alcuni casi la risposta è stata che sono dati protetti dalla privacy commerciale). Ma, per quanto riguarda la stampa, non si è riscontrata una massiccia sostituzione di giornalisti assunti con lavoratori precari (per quanto lo scenario fosse stato ampiamente paventato dalle organizzazioni sindacali e dai colleghi stessi): anzi, a fare le spese di questa situazione, sono soprattutto i freelance, che secondo quel contratto che ormai non è più in vigore dovrebbero percepire uno stipendio di 500 franchi al giorno e oltre, e invece vengono retribuiti con magrissimi compensi, specie dai quotidiani (per il Corriere del Ticino si parla di 150 franchi a pezzo, laRegione e la Rivista di Lugano pagano anche meno).

Mantengono invece retribuzioni adeguate i settimanali Azione e Cooperazione, seguiti a ruota da Ticino 7.Diverso il caso della RSI. Il problema non riguarda tanto i giornalisti assunti che beneficiano di salari adeguati (per quanto lo studio rilevi un peggioramento delle condizioni in termini di clima generale che si respira nell'azienda e di carico di lavoro), ma il personale a prestito, reclutato attraverso ditte esterne e fortemente precarizzato.

Parliamo di 150 collaboratori, come ha prontamente sottolineato Monica Bartolo di SSM, personale assunto non per coprire picchi produttivi come sostiene la RSI, ma per ottenere gli stessi risultati risparmiando.“Vi sono professionisti – ha aggiunto –che lavorano ad ingaggio, con un massimo di 69 giornate l'anno. Allo scadere del 69esimo giorno viene proposto loro di continuare la collaborazione con la RSI, ma tramite ditta esterna. Se superasserole 69 giornate, dovrebbero venire assunti regolarmente. Si tratta di un modo per raggirare il contratto collettivo”. Lo studio, in definitiva, sottolinea l'urgenza di tornare a regolamentare il settore giornalistico, rispettando il lavoro di chi si impegna a fornire ai cittadini un'informazione di qualità, come ha ribadito a più riprese il Presidente di ATG, Ruben Rossello. Speriamo che gli editori non facciano orecchie da mercante.

Laura Di Corcia, giornalista

  • Inchiesta Condizioni di lavoro dei giornalisti (PDF)


Scocca il 13

Gran parte di quello che si può leggere nero su bianco nella ricerca presentata il 13 giugno non risulta essere purtroppo affatto nuovo. Il sindacato come antenna delle problematiche legate al lavoro ha raccolto nel tempo tutta una serie di segnalazioni che portano ad affermare in modo globale che in questi anni, in particolare gli ultimi 10, vi è stato un peggioramento delle condizioni in ambito giornalistico. Per condizioni non si intendono solo quelle legate alle condizioni di lavoro quali il salario, le vacanze ecc. ma anche quelle professionali ossia quelle che dovrebbero permettere di svolgere la propria professione tenendo alto il livello di qualità.

Certo la ricerca ha evidenziato grandi differenze di remunerazione tra i diversi media. Fanalino di coda della classifica dei salari risultano i liberi professionisti con onorari molto lontani dai parametri dati dal vecchio CCL. Va ricordato che il CCL 2000 conteneva una griglia salariale divisa in tre zone regionali. Quella più bassa era il Ticino. In questa fascia erano fissati i salari per i due anni di stage e i minimi salariali con degli scatti previsti per i giornalisti RP al 1°, 3°, 6° e 9° anno di attività. Ebbene, purtroppo, le condizioni salariali si sono andate progressivamente deteriorando. Oltre al fatto che come indicato dall'inchiesta vi sono testate che non hanno mai aderito al CCL e dunque non hanno mai applicato i minimi salariali, anche tra gli editori che prima applicavano il CCL vi è stato un peggioramento. laRegioneTicino ad esempio ha ufficialmente sospeso l'applicazione degli scatti salari. Come sindacato abbiamo rilevato che, fatta eccezione della RSI negli ultimi 10 anni gli adeguamenti salariali concessi sono sempre stati legati indicativamente ai seguenti motivi: rispetto degli scatti salariali secondo CCL, promozione o cambio del datore di lavoro. Nel caso delle emittenti tv e radio private modifiche salariali sono avvenute a seguito della concessione Ufcom.

Vi è dunque una reale stagnazione degli stipendi. Questa situazione è da evidenziare come particolarmente negativa perché porta non solo a una demotivazione professionale per chi continua a svolgere questa professione, ma anche a una vera e propria fuga di professionisti verso altre attività più remunerative con una perdita di know how e di qualità della categoria. Ed è inutile poi che gli editori o altre testate piagnucolino accusando la RSI di rubare i professionisti, forse dovrebbero fare un esame della propria azienda e delle condizioni di lavoro che offrono. Da sottolineare che inoltre le donne ricevono ancora meno dei colleghi uomini. Non va dimenticato inoltre che il tempo di lavoro settimanale o giornaliero non è mai stato definito in un CCL. Anche questa non regolamentazione ha portato a sempre più abusi che vedono, in redazioni ormai ridotte in numero, un aumento della mole di lavoro.

Questo fenomeno è accentuato anche dal fatto che nel corso degli ultimi anni per via delle nuove tecnologie si sono aggiunti molti compiti nel mansionario del giornalista. Anche questa tendenza mette in pericolo la qualità giornalistica e la possibilità di fare approfondimenti e inchieste, ruolo essenziale per un buon funzionamento della democrazia. La scelta di presentare questa ricerca il 13 di giugno non è casuale, si inserisce infatti nella campagna “scocca il 13” nata nella Svizzera tedesca dalla collaborazione tra syndicom e impressum e che il 13 di ogni mese promuovono un'azione di protesta. Se gli editori non ritornano a discutere di condizioni di lavoro con i partner sociali, anche in Ticino si valuteranno azioni di denuncia e non semplicemente pubblica ma di carattere legale come è già stato fatto in Svizzera tedesca contro i gruppi Ringier, Tamedia e NZZ.

La necessità di riaprire il partenariato sociale per trovare insieme la giusta via a difesa dell'informazione e della professione non è rivolto solo alla carta stampata bensì anche ai media elettronici. Se gli editori continuano su questa via del mutismo rischiano tra l'altro che siano organi superpartes a determinare in futuro le regole del gioco. La RSI da parte sua ha già risposto di aver avviato quanto necessario per cercare di trovare una soluzione per la problematica sollevata dallo studio (vedi riquadro sotto) e da tempo segnalata dall'SSM.


Barbara Bassi

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