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Verso un uomo nuovo

Negli ultimi decenni i rapporti tra i sessi sono cambiati in modo radicale. L’emancipazione femminile è stata vista come una minaccia ai tradizionali modelli sociali. In Italia e in Svizzera, ci sono invece associazioni (di uomini) che vedono la cultura patriarcale come una gabbia di cui liberarsi. Per cambiare la società attraverso una discussione sulla nuova identità maschile.

Spesso, quando si parla di discriminazione o violenza sulle donne, lo si fa dando voce alle vittime, che attraverso la loro testimonianza possono dare coraggio ad altre donne che si trovano nella stessa situazione. Un’altra variante è quella di presentare le possibilità di sostegno a cui appellarsi: case protette, associazioni di difesa della donna, numeri d’emergenza e sportelli per denunciare. Infine, ma molto più raramente, si possono sentire gli autori della violenza, quegli uomini che si sono trovati a fare male alle proprie compagne e che, magari, una volta denunciati raccontano come cercano di affrontare il problema.

La violenza e la discriminazione non sono però una questione che tocca solo le donne che la subiscono e gli uomini che la perpetrano: riguardano la società intera, che deve interrogarsi nel suo insieme. Si tratta di problemi strutturali, che si insinuano nei rapporti di coppia, in famiglia, al lavoro, tra amici, in politica. Si nutrono della paura e dell’isolamento che si crea attorno a chi le subisce. Ecco perché, oltre a combatterle attivamente quando le vediamo palesarsi, dovremmo interrogarci sulle loro radici per promuovere una maggiore consapevolezza, per reagire agli stereotipi, per prevenire.

Benché «la riflessione critica sui ruoli sessuali, sulle relazioni e le disparità tra uomini e donne appare ancora oggi un campo di ricerca e di impegno soprattutto femminile», c’è chi rivendica maggiore spazio e libertà anche per gli uomini, per un’identità maschile che non si limiti alla virilità e per una società diversa.

Interpretare il cambiamento come minaccia

Di questo si occupa ormai da parecchi anni Stefano Ciccone, biologo, coordinatore del Parco scientifico e tecnologico della Università di Roma Tor Vergata, presidente dell’associazione e rete nazionale italiana “Maschile plurale”, che riunisce gruppi di uomini interessati a ripensare la propria identità e i modelli maschili. Negli ultimi trent’anni, ci spiega Ciccone, i rapporti tra uomini e donne sono mutati in modo radicale grazie alla trasformazione innescata dalle donne. Questo ha portato alla nascita di incertezze: gli uomini possono sentirsi intaccati nella loro virilità, a causa della nuova libertà delle donne; possono sentirsi in crisi, non essendoci più un modello tradizionale a cui aderire per sentirsi integrati. Invece di interpretare questi cambiamenti come minacce, Stefano Ciccone e tutto il movimento “Maschile plurale” propongono però una visione di libertà: perché non partire dal desiderio degli uomini di guadagnarsi nuovi spazi, invece che limitarsi a rispondere alle rivendicazioni delle donne? Non si tratta solo di assumersi delle nuove responsabilità perché ormai considerate politicamente corrette, ma di prendere tutto il buono che questo cambiamento porta con sé, liberandosi dagli stereotipi. La cultura patriarcale è infatti una gabbia per entrambi i sessi, anche se si tende più facilmente a vedere i privilegi per gli uni e le restrizioni per le altre. Un uomo in imbarazzo perché piange o in continua competizione in ogni ambito della vita è vittima tanto quanto una donna che non osa svolgere un lavoro scientifico o che si sente in obbligo di sacrificarsi per gli altri.

Ciccone crede quindi nella potenziale fertilità di questo «conflitto», lo interpreta come occasione di confronto, dibattito e rivendicazione: anche gli uomini possono beneficiare del cambiamento, nelle relazioni con i figli, con le donne ma anche con gli altri uomini.

Emancipazione uguale opportunità per tutti

Trasponendo queste riflessioni a livello politico, si arriva a capire come interrogarsi sulla qualità delle relazioni e avere uno sguardo critico sul potere, in tutte le sue forme, sia una condizione necessaria per contrastare le derive oppressive. A livello svizzero, l’associazione männer.ch (www.maenner.ch) ha come obiettivo l’uguaglianza dei generi a livello sociale, politico, economico e culturale, partendo però dalle rivendicazioni dei ragazzi, degli uomini e dei padri, affinché non assistano al processo di parità come semplici spettatori. L’emancipazione è quindi vista come l’opportunità d’immaginare altre opzioni di vita che vadano oltre il modello dell’uomo che procaccia il cibo e che è in perenne competizione.

Uno dei suoi sostenitori è Gregory Jaquet, ex poliziotto, ora padre di famiglia, rappresentante politico nel Canton Neuchâtel e blogger attivo nella lotta ai privilegi maschili, intervenuto assieme con Ciccone a un dibattito sull’identità maschile promosso da COMUNDO in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Attraverso un’attenta osservazione della propria vita, Jaquet si è reso conto che non facendo niente di particolare, limitandosi a riprodurre il modello che gli era stato proposto fin da piccolo, stava promuovendo l’oppressione: in quanto uomo aveva dei privilegi non giustificabili. Era insomma protagonista di un sopruso. E contemporaneamente vittima di quella stessa ingiustizia, programmato e condannato a dominare, conquistare, vincere.

Decostruire la mascolinità significa concretamente riconoscere ed evitare gli stereotipi di genere, non adagiarsi nelle posizioni comode, rifuggendo i modelli scontati e confortanti. Decostruire significa mettersi continuamente in discussione, alla ricerca di relazioni che permettano una società più equilibrata e serena.

* Priscilla De Lima è giornalista freelance e responsabile comunicazione dell’ONG COMUNDO (www.comundo.org)

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