Ferrara 2018

Italiani, brava gente: spunti di riflessione dal Festival di Internazionale a Ferrara

di Petra Demarchi

A volte ritornano. O non se ne sono mai andati. Si chiamano intolleranza, odio, razzismo. E ce lo testimoniano le vittime dirette, prescelte, o quelli che possono ancora farlo per loro. 
È la storia di Idy Diene, senegalese ambulante sul ponte a Firenze, ucciso il 5 marzo. E di Samb Modou e Diop Mor, morti ammazzati anche loro. Di Konate che fa il cuoco a Napoli, a giugno gli sparano contro. Di Becky Moses, della tendopoli di Goia Tauro, 26 anni, carbonizzata da un diniego. E ancora, di Soumaila Sacko, maliano 29enne ucciso a fucilate in Calabria e dei suoi amici, vittime con lui che ancora oggi non hanno né permessi né protezione… E del neofascista Traini e del suo fucile contro i neri a Macerata. La lista criminale è lunghissima. 

Sono passati 80 anni dalle leggi razziali, ma sembra non essere cambiato nulla. Anzi. Il 2018 può essere definito come l’anno nel quale si è pesantemente passati dalle parole ai fatti, dopo una lunga preparazione ai nuovi decreti-sicurezza governativi, vengono sostituite le etnie da perseguitare, ma l’ideologia è tristemente nota. E si basa su considerazioni false, abilmente inculcate da nuovi populismi e vecchi fascismi: propagare l’impressione generalizzata che si sia rotto un argine, di un disagio diffuso perché gli immigrati sono troppi, visti come una massa indistinta, scura, un magma minaccioso. Essi sono disumanizzati, degradati… 
E si muore senza nome.

Diventa dunque di fondamentale importanza restituire loro un volto, una personalità, un’identità: guardarsi negli occhi per far svanire il falso spettro dell’immigrato, dello straniero, del diverso. Contro l’indifferenza che opera nella società di oggi. Che non solo permette, ma addirittura promuove leggi contro la regolarizzazione degli immigrati, leggi che dividono gli esseri umani in categorie (di serie A e di serie B). Un razzismo istituzionale che nel nome di una deriva securitaria introduce e promulga la cultura della discriminazione, anche a livello giuridico. E non è purtroppo una questione che riguarda un solo colore politico, l’individuazione di un nemico è diventata merce elettorale. E neppure l’essere i dannati della globalizzazione, italiani, europei o no, serve a un’analisi lucida e determinata delle politiche fratricide della maggior parte dei governi attuali: la “razzializzazione” è imperante, “non ti considero una persona, e anche se lo fossi saresti comunque un diverso”. Una pericolosa guerra fra poveri, abilmente alimentata da chi getta benzina sul fuoco dell’ingiustizia sociale, delle disuguaglianze. 

Ma l’Europa non è solo quella delle frontiere-fortezza e l’Italia non è solo quella dei Salvini: esiste un’umanità che pratica il volontariato dell’accoglienza, che costruisce reti di solidarietà con i migranti, che si organizza dal basso, che resiste. Che considera l’aspetto umano di tutti i lavoratori, unisce nuovo sindacalismo di base e militanza della cooperazione. Che non deroga mai dai valori fondamentali, ma parte dai principi di base per costruire pratiche sociali includenti e solidali.
Affinché mai più nessuno sia costretto a riportare al proprio villaggio il corpo morto di un fratello o di una sorella partiti alla ricerca di una vita migliore. O semplicemente di una vita. Dopo che noi gliela abbiamo tolta.

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