syndicom al festival di Ferrara

Il giornalismo può ancora cambiare il mondo?

di Laura Di Corcia

 

Quante volte, dopo aver visto o letto un servizio giornalistico volto a sottolineare qualche stortura nella realtà, frustrati ci siamo resi conto che le cose non cambiavano, che tutto rimaneva uguale e sbagliato? Il giornalismo, quindi, ha poca incidenza?

Questo problema è stato tematizzato in uno degli incontri più interessanti organizzati nell’ambito del Festival di Internazionale a Ferrara, un incontro in cui si è analizzata un’investigazione che è riuscita ad avere il coraggio di andare al di là della denuncia e che ha tentato di costruire un più ampio discorso politico rinunciando a certi vizi del giornalismo d’inchiesta, a volte fin troppo preoccupato di dimostrare una tesi già costruita in partenza e a priori rispetto al confronto con la realtà.

Protagonisti i giornalisti Fabio Ciconte e Stefano Liberti, che hanno allestito un reportage a più puntate su Internazionale volto a indagare il sistema del caporalato e i suoi addentellati con la grande distribuzione organizzata. “Mentre lavoravamo al reportage sulla filiera del pomodoro, Fabio ed io abbiamo scoperto l’esistenza delle aste online, un sistema attraverso il quale i supermercati spingono i fornitori ad abbassare sempre di più i prezzi - spiega Liberti, raccontando la storia dall’inizio -. Da lì è nata l'idea di allestire un’inchiesta sulle aste, o meglio sul rapporto tra coloro che vendono i prodotti e coloro che li forniscono. L’inchiesta è andata molto più in là di quanto pensassimo all'inizio, e quindi abbiamo capito che le aste sono molto importanti, ma sono solo uno dei sistemi con cui la distribuzione organizzata esercita un potere di ricatto sui fornitori”. Un sistema assolutamente malato, ma la lezione riguarda proprio la modalità di fare giornalismo, una modalità che parte sempre da idee flessibili, pronte ad essere smentite dalla realtà, evitando l’eccessiva demonizzazione degli attori chiamati in causa.

 

Un esempio concreto

“A noi interessava indagare il ruolo del caporale, dipinto sempre come un mostro cattivo, un criminale - aggiunge Ciconte -. Spesso è vero, ma non sempre: la realtà è un po’ più complessa, meno semplificata, e a noi interessava davvero raccontarla senza partire da un’idea aprioristica. Abbiamo parlato con tutti, anche con i caporali, con i quali siamo andati persino a cena per capire cosa ci fosse dietro quel meccanismo. Questo testimonia la credibilità del nostro lavoro: gli amministratori delegati dei più grandi supermercati hanno deciso di parlare con noi proprio perché sapevano che svolgevamo un tipo di lavoro sì critico, sì di inchiesta, ma che diceva cose oggettivamente vere”. Lo scopo dei due professionisti è stato quello di unire due mondi, il giornalismo e l’attivismo, in modo da costruire qualcosa che avesse un vero impatto sulla realtà. “Si tratta di qualcosa di nuovo, ancora poco conosciuto in Italia e invece piuttosto sviluppato nel resto d’Europa, quello che chiamo giornalismo intenzionale - precisa Liberti -. L'inchiesta può avere una ricaduta politica solo se ci si organizza bene, facendo in modo che il lavoro giornalistico si accompagni a una campagna. Il giornalismo fatto in questo modo può diventare davvero un mezzo potentissimo”.

Un mezzo per migliorare il mondo

L'unione fa la forza, verrebbe da dire. “Abbiamo provato a unire chi come il giornalista fa le domande e chi invece si occupa più che altro delle risposte, come il mondo degli attivisti, che cercano di portare le proprie istanze davanti alla politica. Nel momento in cui Stefano riesce a farsi dire seduto ad un tavolo che ci sono queste aste per abbassare i prezzi, si cerca di immaginarmi che tipo di risposta politica ci possa essere, cioè come fare per cambiare le cose”. In questo senso, le campagne, le mobilitazioni, la pressione di gruppi organizzati, anche solo per il tramite di Twitter, obbligano il mondo politico a prendere perlomeno in considerazione delle criticità e a cercare delle soluzioni alternative che smorzino gli abusi di potere e rendano questa realtà, la nostra realtà, un po’ meno dura. Un esempio, quello proposto dai due giornalisti di Internazionale, da seguire per chiunque creda veramente nel giornalismo come mezzo per migliorare le condizioni di tutti.

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