«Da bambino cosa sognava di diventare?

Volevo fare il maestro. Però mio padre faceva l’agricoltore a Lumino, eravamo cinque figli e le possibilità erano poche. Ho dovuto quindi ripiegare sull’impiegato di commercio. Ma dopo l’apprendistato e un paio d’anni di lavoro mi sono reso conto che non era il mio mestiere. Stare tutto il giorno in ufficio non faceva per me!

Come è nata allora l’idea di entrare in polizia?

Vicino a casa abitava un ex agente di polizia appena andato in pensione. E anche suo padre era stato gendarme all’inizio del Novecento. Mi raccontava le sue esperienze e così mi sono appassionato.

In quarant’anni di polizia, qual è stato il ricordo più bello?

Ce ne sono tantissimi, ma uno in particolare. Una notte a Lugano una madre ci chiamò allarmata: suo figlio, 18-19 anni, voleva buttarsi nel lago perché non voleva fare il militare né continuare gli studi. Io e un collega lo trovammo sul sentiero di Gandria. Dopo mezz’ora di dialogo riuscimmo a convincerlo a desistere. Andammo a bere un caffè e poi lo riportammo a casa dalla madre, felicissima. Nei mesi successivi ci telefonò spesso. Quel ragazzo poi fece il militare e concluse gli studi. Non risulta da nessuna parte, ma è una delle soddisfazioni più grandi della mia vita professionale, dal punto di vista umano.

Forse il desiderio di fare il maestro non l’ha mai davvero abbandonata…

Credo di sì. Saper parlare, saper ascoltare. Anche negli interrogatori – ne ho fatti migliaia – bisogna ascoltare e capire le persone, un po’ come fa un maestro con gli allievi in difficoltà.

Come è arrivato invece all’impegno politico?

L’interesse è nato da giovane, in un periodo di forte rivalità politica a Lumino, tra i Liberali e il PPD. Poi ho fatto quarant’anni di politica: 8 anni in Consiglio comunale a Giubiasco, 16 anni in Municipio e infine 16 anni in Gran Consiglio, fino a tre anni fa.

Con quali obiettivi?

Servire la comunità. Come poliziotto e come politico. Mio padre diceva sempre: “Noi siamo poveri, ma lo Stato ci ha permesso di studiare”. Ho sempre avuto un forte attaccamento allo Stato e alle istituzioni. In fondo è stato un modo per restituire quanto ricevuto.

E ora di cosa si occupa?

Oltre a fare il nonno – ho due nipoti, la più grande ha persino disegnato la copertina del mio libro – mi dedico alla montagna. Non faccio più maratone, ma cammino: è più leggero.

Quale il suo rapporto con il sindacato?

Sono stato per 14 anni presidente della Federazione svizzera dei funzionari di polizia. Era un vero sindacato. Lottavamo per migliorare le condizioni di lavoro: turni, vacanze, retribuzioni. All’inizio, quando sono entrato in polizia, avevamo solo sei giorni di congedo al mese. Le condizioni per i turni e le vacanze erano molto rigide. Abbiamo ottenuto risultati importanti e oggi la situazione è decisamente migliore.

Come la figura del poliziotto è cambiata nel tempo?

Molto. Quando ho iniziato, quasi sessant’anni fa, il poliziotto era visto come un’istituzione, come il prete o il maestro. Avevamo forse troppa libertà d’azione, e non sempre era giusto. Oggi c’è più controllo, a volte forse eccessivo. Probabilmente la giusta misura sta nel mezzo..

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