«La giustizia ha riconosciuto la serietà e la legittimità del mio lavoro»
Benito Perez, giornalista e membro di syndicom, undici anni fa pubblicava il ritratto di una personalità ginevrina che è costato a lui e al giornale Le Courrier un’azione giudiziaria. Questa «procedura bavaglio» è appena stata smontata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Una vittoria per la professione giornalistica e per la libertà d’espressione, come racconta lo stesso Benito Perez.
Intervista: Muriel Raemy
Nel maggio del 2015, quando eri giornalista al giornale Le Courrier, una delle tue inchieste è oggetto di una denuncia. Raccontaci, Benito: come è andata?

Ho realizzato un ritratto dell’uomo d’affari e collezionista Jean Claude Gandur per un dossier dedicato alla ristrutturazione del Museo d’arte e di storia (MAH), poco prima che venisse discusso in sede di Consiglio comunale. Era da anni che ci interessavamo a questo progetto che associava la Fondazione Gandur per l’Arte (FGA) al principale museo della Città di Ginevra. Avevamo per esempio rivelato il contenuto della convenzione, a lungo tenuta segreta, che legava i due partner per 99 anni e che era molto favorevole alla FGA.
Mi sono presto reso conto che l’argomento sarebbe stato delicato, perché diverse fonti riferivano di sospetti sui metodi di Addax and Oryx Group (AOG), la società che Jean Claude Gandur aveva cofondato per il commercio e poi l’estrazione di petrolio in Medio Oriente e in Africa occidentale. Alcuni suoi dipendenti hanno avuto a che fare con la giustizia. È stato così accertato che erano state versate tangenti per acquisire dei pozzi in Nigeria durante la presidenza del corrottissimo Sani Abacha. La maggior parte delle mie fonti era facile da trovare su Internet, ma nessun media francofono ne aveva fatto una sintesi verificata. Una pubblicazione a Ginevra in questo contesto era necessaria al fine di favorire un dibattito pubblico consapevole.
In risposta, Jean Claude Gandur presenta due denunce. In sede penale, ti accusa di diffamazione e calunnia. In sede civile, Le Courrier e tu stesso siete accusati di lesione della personalità. La denuncia penale viene respinta e il tribunale civile di prima istanza si pronuncia a vostro favore. Ma la seconda istanza, nel 2019, e poi il Tribunale federale, nel 2021, vi condannano. Come spieghi che i giudici svizzeri abbiano accolto questa denuncia?
Le due istanze che hanno realmente indagato sul caso ci hanno dato ragione. Sia il procuratore sia la giudice civile di prima istanza, che hanno sentito le parti, hanno constatato la nostra buona fede, la qualità del lavoro svolto e l’interesse pubblico a pubblicare queste informazioni. La Corte d’appello civile del Cantone e poi il Tribunale federale hanno seguito un ragionamento più politico-giuridico. Poiché Gandur non è mai stato condannato, evocare la corruzione in un ritratto a lui dedicato equivaleva a infangare ingiustamente la sua immagine. Questo è quanto. Tanto più che la forma è stata giudicata di parte e lasciava supporre un pregiudizio del giornalista. Per quanto questo processo alle intenzioni sia sconcertante rispetto a fatti accertati, la decisione non è stata necessariamente una sorpresa: la giustizia svizzera ha tradizionalmente una visione estensiva della protezione della personalità. Ma questo significava ignorare la necessità di proteggere anche il dibattito pubblico, sebbene delimitata dalla giurisprudenza.

Certo del tuo lavoro, assieme a Le Courrier a difesa del diritto d’informazione, nel 2022 vi siete rivolti alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) a Strasburgo. Avete fatto bene, poiché la Corte europea vi ha appena dato ragione.
Nella sua sentenza, di grande chiarezza, la CEDU ritiene che vi fosse un interesse pubblico a far conoscere l’origine del patrimonio di Jean Claude Gandur «dato che poteva essere utilizzato per fini pubblici». La Corte ricorda che la sua giurisprudenza offre un quadro per effettuare la ponderazione degli interessi tra la protezione della personalità e quella del dibattito pubblico e ordina alla Svizzera, parte contraente della CEDU dal 1974, di attenervisi in futuro. Vanno in particolare messi sulla bilancia il contributo dell’articolo a un dibattito d’interesse generale, la notorietà della persona interessata, il modo in cui le informazioni sono state ottenute e la loro veridicità, nonché l’impatto che avrebbe una condanna. Cosa che la giustizia svizzera ha fatto solo in modo molto marginale. Strasburgo si stupisce anche dell’ingerenza dei giudici svizzeri nello stile dell’articolo… Tutto ciò ci conferma nell’idea di essere stati oggetto di un tentativo di intimidazione, di una forma di molestia giudiziaria. A cui il giornale ha rifiutato di cedere.
È una vittoria incredibile per la professione. Che cosa provi oggi e come hai resistito nonostante la pressione?
Sono felice che i giudici abbiano riconosciuto la serietà e la legittimità del mio lavoro. E sollevato per la reputazione – e le finanze! – del Courrier. Ma soprattutto, questa sentenza deve incoraggiare le redazioni a non autocensurarsi di fronte ai potenti. In futuro spero anche che la professione faccia più fronte comune quando si tratta di difendere i propri diritti. Salvo qualche eccezione, infatti, non si può dire che Le Courrier sia stato sostenuto molto dai suoi colleghi di fronte a Gandur.
Procedure costose per i media
«La Corte europea ha ricordato l’importanza di salvaguardare la libertà di stampa e con questa sentenza protegge il giornalismo d’inchiesta», si rallegra Stephanie Vonarburg, responsabile del settore Media. syndicom e la FIJ, la Federazione internazionale dei giornalisti, salutano la decisione della CEDU a favore della libertà di stampa e della libertà d’espressione.
Le Courrier e i suoi giornalisti sono stati sottoposti a una procedura pesante, costosa e molto lunga. I media sono purtroppo confrontati sempre più spesso con azioni giudiziarie volte a limitare la loro libertà d’espressione. Le SLAPP, o «procedure bavaglio», sono avviate da privati, gruppi o organizzazioni che vogliono impedire la pubblicazione di ricerche e inchieste che ne denunciano l’operato. I costi che ne derivano minacciano la sopravvivenza economica dei media. «Il giornalismo è di interesse pubblico, così come il diritto di informare e di essere informati. I tribunali e la legislazione devono proteggere questo ruolo essenziale contro le azioni giudiziarie volte a imbavagliare la stampa», conclude Stephanie Vonarburg.
syndicom è membro dell’alleanza svizzera contro le SLAPP (ovvero, Strategic Lawsuits Against Public Participation, letteralmente «azioni legali strategiche contro la partecipazione pubblica»).