Trascrivere interviste, riassumere studi, cercare dati, proporre un titolo: i giornalisti del settore Stampa di syndicom confermano che l’IA è ormai entrata a pieno titolo nelle redazioni. I dibattiti attuali vertono invece sulla trasparenza nei confronti dei lettori: è necessario contrassegnare i testi come «100% umani» o indicare le fasi di utilizzo dell’IA?

Per Reto Vogt, giornalista, esperto di IA e responsabile della formazione presso la scuola di giornalismo MAZ di Lucerna, un’indicazione generica rischia di creare più confusione che trasparenza.

Utilizzare l’IA per trascrivere un’intervista non equivale ad affidarle la redazione di un articolo. Indicare semplicemente che ‹è stata utilizzata l’IA› non permette al pubblico di comprendere quale sia stato l’effettivo contributo dei programmi di IA.

La deontologia professionale si basa su competenze umane che non possono essere completamente automatizzate: indagare, verificare, contestualizzare, sviluppare una rete di fonti ed esercitare un giudizio editoriale. «E assumersi la responsabilità di ciò che viene pubblicato. Questi principi valgono indipendentemente dallo strumento utilizzato. Infatti, l’IA non è responsabile di un errore: la responsabilità ricade sulla redazione e sull’editore», continua Reto Vogt.

Quale equilibrio?

Ciò non significa però che si debba rinunciare alla trasparenza. Le immagini generate artificialmente e i contenuti prodotti in gran parte dall’IA devono essere chiaramente identificabili. Ma non è necessario etichettare ogni articolo in cui la tecnologia ha fornito un supporto alla ricerca.

«Più che una semplice ‹etichetta›, sono necessarie chiare linee guida interne. I giornalisti e i freelance devono sapere quali strumenti possono utilizzare, quali dati hanno il diritto di raccogliere e quali verifiche devono effettuare», continua Reto Vogt. Le «linee guida» sull’IA dovrebbero basarsi su casi concreti ed essere oggetto di discussioni regolari all’interno delle redazioni. A tal fine, sono necessari anche formazione, tempo e risorse.

L’uso dell’IA dovrebbe essere valutato in base al genere giornalistico.

spiega Reto Vogt: «Per redigere un articolo a partire da un comunicato stampa, a mio avviso, può intervenire fin dall’inizio. Per un reportage o un editoriale, invece, dovrebbe intervenire solo alla fine, ad esempio per migliorare o rivedere il testo. Le linee guida interne dovrebbero specificare concretamente queste differenze».

Uno strumento di produttività

Per i colleghi, l’aumento del carico di lavoro e del ritmo richiesto dall’editore a causa dell’IA sono molto reali e problematici. Lo sono altrettanto i ripetuti licenziamenti che sono destinati ad aumentare. «Non siamo contrari a un uso responsabile e ben accompagnato dell’IA, ma al suo impiego che peggiora il lavoro, l’occupazione e la qualità dell’informazione», riassume Stephanie Vonarburg, vicepresidente di syndicom e responsabile del settore.

I sindacati difendono il diritto alla partecipazione collettiva del personale, e i lavoratori devono poter discutere degli strumenti utilizzati, dei dati trasmessi, dei controlli effettuati e dell’impatto sull’occupazione. «Il problema è che nel modello di business degli editori non c’è alcun piano, nessuna visione se non quella di ridurre il personale», constata Stephanie Vonarburg.

Mantenere a galla le redazioni in questo contesto cupo, in cui i tagli di bilancio si susseguono uno dopo l’altro, dipende da scelte economiche che non sono state prese. Secondo Stephanie Vonarburg, «una democrazia ha bisogno di giornalisti capaci di indagare, verificare e rendere conto ai lettori. Chiediamo al Parlamento che vengano stanziati aiuti al giornalismo a favore della stampa, prima che sia troppo tardi». Reto Vogt concorda:

La fiducia dei lettori non nasce da un marchio, ma dalla qualità dell’informazione e dalla responsabilità di chi la pubblica.

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