Durante la sessione primaverile, la Commissione dell’economia e dei tributi (CET) del Consiglio degli Stati ha stabilito che i salari fissati dai CCL di obbligatorietà generale devono prevalere sui salari minimi definiti da Città o Cantoni. Il Consiglio nazionale aveva già sostenuto questa posizione.

In concreto, se un CCL prevede un salario inferiore al salario minimo cantonale, sarà applicato il CCL. Quest’ultimo non può tuttavia prevalere su una legge approvata democraticamente, come è avvenuto nei cantoni di Neuchâtel, Giura, Ginevra, Ticino e Basilea Città, nonché nelle città di Lucerna, Zurigo e Winterthur.

Prima di tutto uno strumento sociale

Il dibattito si svolge spesso sul piano economico, mentre il salario minimo è, prima di tutto, uno strumento di politica sociale. In alcuni cantoni, garantisce un reddito minimo di sussistenza, in particolare in settori quali l’assistenza sanitaria, il settore alberghiero e della ristorazione, il commercio al dettaglio, i saloni di parrucchiere e i servizi di pulizia. Nei cantoni in cui è previsto il salario minimo, esso è stato calcolato in modo tale che un/a dipendente a tempo pieno non percepisca meno di una persona che beneficia dell’assistenza sociale.

Allora, perché attaccarlo? I datori di lavoro e i partiti borghesi non vogliono una legge aggiuntiva e privilegiano il partenariato sociale. Mettono in guardia da un meccanismo ritenuto troppo rigido, che potrebbe aumentare le difficoltà di reclutamento in certi settori. Ritengono inoltre che i salari minimi trascinino verso il basso tutti i salari e minaccino alcune imprese o piccole e medie imprese (PMI) a rischio di chiusura, poiché gli oneri sociali e salariali diventerebbero troppo gravosi.

Estratto dal fumetto sul tema dello stipendio. Puoi trovare il fumetto completo qui sul nostro sito web.

Il caso di Ginevra

Un recente rapporto commissionato dal Dipartimento ginevrino dell’economia e dell’occupazione dimostra il contrario. Esso mostra che il salario minimo, entrato in vigore il 1° novembre 2020, ha fatto salire verso l’alto le retribuzioni più basse. La quota di salari inferiori al minimo è diminuita notevolmente: tra le donne, dal 10,7 al 5,3 per cento; tra i meno di 25 anni, dal 22,4 al 9,5 per cento; e nei mestieri fisici e manuali, dal 35,6 al 19,6 per cento. In diversi settori tradizionalmente caratterizzati da salari bassi, la quota di salari al di sotto del minimo è fortemente calata: nei servizi legati all’edilizia e all’architettura del paesaggio (dal 45 al 25 per cento), nella ristorazione (dal 27 al 16 per cento) e in altri servizi alla persona (dal 36 al 23 per cento).

Una competenza dei Cantoni

La decisione della Camera alta solleva un problema costituzionale, poiché il salario minimo rientra proprio nella competenza dei Cantoni. Essa crea inoltre un conflitto tra due norme giuridiche: da un lato quella secondo cui i CCL nazionali prevalgono sui salari minimi cantonali e, dall’altro, il Codice delle obbligazioni, che in questo caso stabilisce che prevalga la Costituzione cantonale.

Il 17 marzo, il Consiglio degli Stati ha aggiunto delle garanzie affinché i Cantoni di Ginevra e Neuchâtel possano mantenere il regime salariale cantonale. Per Pierre-Yves Maillard, presidente USS,

questa tutela dei diritti acquisiti non cambia granché il carattere anticostituzionale della misura. Anche questa porta a una riduzione dei salari, poiché i salari minimi cantonali a Ginevra e a Neuchâtel, così come il salario minimo comunale a Lucerna, perderanno progressivamente il loro valore reale». Soprattutto, impedirà che i futuri salari minimi possano dispiegare pienamente i loro effetti e riduce il margine di manovra delle iniziative in corso.

In Svizzera non esiste un salario minimo legale per l’intero Paese. I Cantoni e i Comuni possono tuttavia fissarne uno autonomamente, attraverso iniziative cantonali o comunali. Salari minimi si applicano così nei Cantoni di Neuchâtel (21.31 franchi/ora), Giura (21.40 franchi/ora), Ginevra (24.48 franchi/ora), Ticino (20.50 franchi/ora) e Basilea Città (22 franchi/ora). Cinque Cantoni di confine, quindi, dove la manodopera frontaliera rischiava di far scendere i salari (si veda il fumetto di Kati Rickenbach).

Lucerna è diventata la prima città a introdurre un salario minimo (22.75 franchi). Anche le Città di Zurigo (23.90 franchi/ora) e Winterthur (23 franchi/ora) hanno adottato un salario minimo, ma la loro attuazione è per il momento bloccata.

Sono in corso discussioni nelle città di Bienne, Berna e Sciaffusa.

Il 30 novembre 2025, invece, il Canton Friburgo ha respinto un salario minimo.

Il salario: una fonte di povertà

Secondo la Caritas, 1,45 milioni di persone residenti in Svizzera sono considerate povere o a rischio di povertà.

Il lavoro riduce certamente il rischio di povertà, ma non ne è una garanzia assoluta. L’8,8 per cento delle persone che svolgono un’attività lucrativa è toccato dalla povertà o minacciato di esserlo (rischio di povertà), il che corrisponde a circa 357 000 persone. Non bisogna dimenticare che il reddito di queste persone riguarda spesso un intero nucleo familiare, ovvero i figli e i partner. Complessivamente, 821 000 persone vivono in un nucleo familiare di lavoratori poveri.

L’USS chiede concretamente che per chi possiede un attestato federale di capacità nessun salario debba scendere al di sotto dei 5000 franchi e che tutti i lavoratori debbano poter beneficiare di almeno 4500 franchi.

Ginevra: i lavori svolti dagli studenti esclusi dalla legge

L’8 marzo, il popolo ginevrino ha approvato in modo netto un’eccezione alla legge: durante le vacanze universitarie, le imprese potranno pagare gli studenti il 25 per cento in meno rispetto al salario minimo.

Per il 2026, ciò significa che, durante le vacanze scolastiche e universitarie, gli studenti immatricolati in un istituto di formazione percepiranno 18.44 franchi l’ora anziché 24.59 franchi. Questa riduzione è valida a condizione che l’attività svolta sia occasionale e per una durata massima di 60 giorni all’anno. Gli impieghi occupati tutto l’anno non sono interessati da questa regola.

Per Davide De Filippo, presidente della Communauté genevoise d’action syndicale (comunità ginevrina d’azione sindacale), la delusione è enorme. Durante la conferenza stampa post-voto, il sindacalista ha denunciato il «ricatto sull’occupazione formulato dai datori di lavoro». La destra avrebbe così vinto la sua scommessa: «far credere che ci siano meno lavori estivi di prima e che il salario minimo ne fosse la causa».

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