Salario minimo in pericolo
Il Consiglio degli Stati ha deciso: i Contratti collettivi di lavoro (CCL) di obbligatorietà generale prevalgono sui salari minimi cantonali. Nonostante le innegabili violazioni della Costituzione.
Testo: Muriel Raemy
Durante la sessione primaverile, la Commissione dell’economia e dei tributi (CET) del Consiglio degli Stati ha stabilito che i salari fissati dai CCL di obbligatorietà generale devono prevalere sui salari minimi definiti da Città o Cantoni. Il Consiglio nazionale aveva già sostenuto questa posizione.
In concreto, se un CCL prevede un salario inferiore al salario minimo cantonale, sarà applicato il CCL. Quest’ultimo non può tuttavia prevalere su una legge approvata democraticamente, come è avvenuto nei cantoni di Neuchâtel, Giura, Ginevra, Ticino e Basilea Città, nonché nelle città di Lucerna, Zurigo e Winterthur.
Prima di tutto uno strumento sociale
Il dibattito si svolge spesso sul piano economico, mentre il salario minimo è, prima di tutto, uno strumento di politica sociale. In alcuni cantoni, garantisce un reddito minimo di sussistenza, in particolare in settori quali l’assistenza sanitaria, il settore alberghiero e della ristorazione, il commercio al dettaglio, i saloni di parrucchiere e i servizi di pulizia. Nei cantoni in cui è previsto il salario minimo, esso è stato calcolato in modo tale che un/a dipendente a tempo pieno non percepisca meno di una persona che beneficia dell’assistenza sociale.
Allora, perché attaccarlo? I datori di lavoro e i partiti borghesi non vogliono una legge aggiuntiva e privilegiano il partenariato sociale. Mettono in guardia da un meccanismo ritenuto troppo rigido, che potrebbe aumentare le difficoltà di reclutamento in certi settori. Ritengono inoltre che i salari minimi trascinino verso il basso tutti i salari e minaccino alcune imprese o piccole e medie imprese (PMI) a rischio di chiusura, poiché gli oneri sociali e salariali diventerebbero troppo gravosi.

Estratto dal fumetto sul tema dello stipendio. Puoi trovare il fumetto completo qui sul nostro sito web.
Il caso di Ginevra
Un recente rapporto commissionato dal Dipartimento ginevrino dell’economia e dell’occupazione dimostra il contrario. Esso mostra che il salario minimo, entrato in vigore il 1° novembre 2020, ha fatto salire verso l’alto le retribuzioni più basse. La quota di salari inferiori al minimo è diminuita notevolmente: tra le donne, dal 10,7 al 5,3 per cento; tra i meno di 25 anni, dal 22,4 al 9,5 per cento; e nei mestieri fisici e manuali, dal 35,6 al 19,6 per cento. In diversi settori tradizionalmente caratterizzati da salari bassi, la quota di salari al di sotto del minimo è fortemente calata: nei servizi legati all’edilizia e all’architettura del paesaggio (dal 45 al 25 per cento), nella ristorazione (dal 27 al 16 per cento) e in altri servizi alla persona (dal 36 al 23 per cento).
Una competenza dei Cantoni
La decisione della Camera alta solleva un problema costituzionale, poiché il salario minimo rientra proprio nella competenza dei Cantoni. Essa crea inoltre un conflitto tra due norme giuridiche: da un lato quella secondo cui i CCL nazionali prevalgono sui salari minimi cantonali e, dall’altro, il Codice delle obbligazioni, che in questo caso stabilisce che prevalga la Costituzione cantonale.
Il 17 marzo, il Consiglio degli Stati ha aggiunto delle garanzie affinché i Cantoni di Ginevra e Neuchâtel possano mantenere il regime salariale cantonale. Per Pierre-Yves Maillard, presidente USS,
questa tutela dei diritti acquisiti non cambia granché il carattere anticostituzionale della misura. Anche questa porta a una riduzione dei salari, poiché i salari minimi cantonali a Ginevra e a Neuchâtel, così come il salario minimo comunale a Lucerna, perderanno progressivamente il loro valore reale». Soprattutto, impedirà che i futuri salari minimi possano dispiegare pienamente i loro effetti e riduce il margine di manovra delle iniziative in corso.