Articolo

Contiamo le ore

«Timbrare il cartellino? No grazie». Ma la registrazione dell’orario di lavoro è un gioco da ragazzi e migliora le condizioni di lavoro. Anche nelle redazioni.

 

Il giornalismo non è un lavoro d’ufficio, con orari di sportello. Non è possibile prevedere il tempo che serve per scrivere un articolo: succede che saltano fuori nuovi fatti, succede che bisogna rimettere mano al testo, e talvolta le frasi semplicemente non scorrono. Poi, è risaputo, che le migliori idee in genere arrivano sempre quando uno è immerso nella vasca da bagno. Chi è che in quel momento sarebbe disposto ad alzarsi per andare a timbrare il cartellino? Nessuno, questo è ovvio, ma questo non è un buon motivo per farsi fregare. E invece è proprio quello che molti giornalisti fanno, quando cercano espressioni e parole giorno dopo giorno senza segnarsi queste ore lavorate, né per sé stessi, né per il datore di lavoro.

Fidarsi è bene...

Il ritmo che anima le redazioni da tempo ha perso ogni ragionevolezza, in molti luoghi vengono prodotti così tanti articoli che difficilmente si può ancora parlare di qualità nel senso di una ricerca dettagliata che documenti il racconto. Ormai gli straordinari sono una normalità, ma non vengono pagati. Nelle redazioni l’orario di lavoro non viene nemmeno registrato. Questo si chiama orario di lavoro basato sulla fiducia. Tranne che per i quadri più alti, questa pratica però è illegale. E diciamolo: se la fiducia dev’essere in una direzione soltanto, ovvero unicamente a carico del lavoratore, allora è meglio tornare al vecchio controllo.

Il controllo è un gioco da ragazzi

Gli orologi marcatempo sono acqua passata. L’unione sindacale consiglia diverse applicazioni che consentirebbero addirittura la registrazione del tempo di lavoro passato a mollo nella vasca da bagno. Queste applicazioni si trovano su iTunes e nel Google-Store sotto la voce registrazione dell’orario di lavoro, workLog, time-
sheet o timerecording. Qui non si tratta di registrare la durata dei nostri pensieri. Ma se a questi sussegue una lunga ricerca, questo è tempo di lavoro che va remunerato. Forse ci vuole coraggio dire quante ore ci sono volute per produrre quelle frasi ben fatte e scorrevoli. Ma solo quando verrà documentato il reale tempo di lavoro, le redazioni dovranno ritagliarsi di nuovo più spazio – e tempo – affinché la creatività giornalistica rioccupi il posto che le serve e che le compete.

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