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Giornalisti sotto pressione

Losanna, 24 settembre – Su invito di Reporter senza frontiere, Amnesty International e impressum, la terza assise del giornalismo ha voluto sottolineare quanto questa professione sia sotto pressione: giornalisti censurati, bersagli di guerra, oggetto di pressioni da parte degli inserzionisti o sottomessi alle irragionevoli esigenze di margine degli editori.

La questione della libertà di stampa, così importante per un buon funzionamento della democrazia, è stata il filo conduttore delle assise del giornalismo. Un podio di discussione sulla censura in Svizzera ha permesso al giornalista Ludovic Rocchi (passato da “Le Matin” alla RTS) e a Yves Steiner (passato dalla RTS al Controllo federale delle finanze) di riproporre le intimidazioni di cui sono stati oggetto.

censura e clima d’intimidazione

Rocchi ha tratto lezioni pratiche dalle sue vicissitudini con la giustizia. Nel caso di inchieste delicate si deve evitare di lasciare nel proprio computer informazioni importanti e non si deve conservare il PC sul posto di lavoro, oppure a casa. In caso di perquisizioni si deve chiaramente dire “mi oppongo” e chiedere espressamente che gli oggetti confiscati vengano sigillati. Alla fine del processo, il cui esito è stato per lui positivo, Rocchi, al momento di recuperare i cinque taccuini contenenti le sue annotazioni per altre inchieste, ha scoperto sul pacchetto un post-it con scritto “sigilli fragili”: «Fragili come la libertà di stampa» ha egli concluso.

Nell’affare del vignaiolo vallesano che ha fatto censurare i reportage della RTS, Yves Steiner ha evidenziato la sproporzione fra i sette avvocati che rappresentavano il “cantiniere” e il giurista della RTS affiancato da un avvocato esterno di cui si è potuto avvalere Steiner. La tattica mirava a soffocarlo sotto un voluminoso dossier giudiziario e ben otto procedure che hanno fortemente rallentato la sua attività giornalistica. Jean-Philippe Ceppi, produttore di Temps Présent (RTS), ha denunciato un “clima d’intimidazione” che annuncia “la fine del giornalismo investigativo in Svizzera”. Lavorare sotto copertura è diventato impossibile: le fonti sono paralizzate, visto che chi lancia un allarme non ha nessuna protezione.

«la qualità è ciò che si legge»

Il dibattito sul finanziamento dei media e le pressioni esercitate nei confronti delle redazioni si è basato su uno studio dell’Università di Friburgo fondato sul parere di circa 1’000 giornalisti, con cui si afferma esserci effettivamente un degrado nelle loro condizioni di lavoro, un aumento della pressione (interna o degli inserzionisti), la sensazione di non avere più il tempo necessario per verificare bene le informazioni in loco e anche un aumento del “giornalismo rapido” destinato al web. Gli editori rimangono tuttavia fiduciosi. Per Serge Reymond, direttore di Tamedia Publications Romandes, «ciò che conta non è il numero di giornalisti, ma il fatto che conservino la voglia di creare contenuti di qualità: la qualità è ciò che si legge!». «Troppo facile!» gli ha risposto Rainer Stadler, redattore presso la “NZZ”, secondo il quale «una parte di ciò che ci viene fatto leggere in Svizzera è abominevole». Gli editori, criticati per la loro strategia di massimizzazione del margine di guadagno, hanno rivelato due visioni del loro mestiere. Per Daniel Pillard, capo di Ringier Romandia, la diversificazione nel digitale serve a generare fonti di guadagno per sostenere la stampa su carta che non sarebbe più redditizia. Tamedia, al contrario, sostiene che “i giornali devono essere remunerativi essi stessi”.

In conclusione: se è importante che i giornalisti dibattano sull’avvenire della loro professione, è quantomeno deplorevole che impressum abbia rifiutato che syndicom partecipasse a queste assise, ma abbia accettato senza problemi che gli editori Tamedia e Ringier facessero parte degli sponsor. Eccezion fatta per la spiacevole impressione di esser stati messi da parte, il pomeriggio è stato istruttivo.

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