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Iniziativa No-Billag - una minaccia e non solo per la televisione

La RSI di nuovo al centro di uno studio: dall’indagine commissionata autonomamente, emerge la sua utilità per l’economia regionale. L’analisi deve oggettivare il dibattito sul servizio pubblico.

La Radiotelevisione della Svizzera italiana (RSI) genera, nell’ambito dell’economia regionale, un valore aggiunto di circa 213 milioni di franchi, a cui sono collegati 1.600 posti di lavoro. Ciò corrisponde a un risultato economico equiparabile al comparto alberghiero regionale in Ticino e nelle valli dei Grigioni di lingua italiana: è questa la conclusione a cui è giunto uno studio dell’Istituto di ricerche economiche BAK di Basilea, presentato a metà marzo a Lugano.

«L’emittente di diritto pubblico, nelle discussioni in corso, viene spesso ritenuta un fattore di costo, ma noi ne mostriamo anche i vantaggi», afferma il direttore del BAK di Basilea Marc Bros de Puechredon. Effettivamente l’analisi sottolinea, ancora una volta, l’unità aziendale della SSR, che viene finanziata in prevalenza col canone ed è una delle aziende più grandi della Svizzera italiana. La RSI vanta quasi 1.200 dipendenti, distribuiti su 1.087 posti a tempo pieno (dato a fine 2015). Il volume di salari e onorari si attesta a 135 milioni di franchi.

Creazione di valore

Lo studio presentato non è una sorpresa. In Ticino, la RSI deve spesso fare i conti con critiche e opposizioni. In particolare viene osteggiata dalla Lega e dall’UDC, che la definiscono un’«emittente pubblica di sinistra» e il canone viene criticato perché ritenuto eccessivo. Quando la popolazione svizzera, nel 2015, ha approvato con un margine estremamente risicato (50,08 per cento) il nuovo sistema per il canone nell’ambito della nuova legge sulla radiotelevisione, i no in Ticino sono stati invece il 52 per cento. Altrettanto grande è il timore, nei sostenitori del modello di canone di diritto pubblico ,che anche l’iniziativa no-Billag possa trovare una maggioranza in Ticino.

«In questo senso un sì all’iniziativa no-Billag non significherebbe solo una fine della RSI, ma inciderà anche sulla creazione di valore a livello regionale», ha affermato Luigi Pedrazzini in qualità di presidente della CORSI. Qualcosa che si vuole far presente alla popolazione. Effettivamente lo studio – e la cosa non sorprende molto – mostra che la RSI trae particolarmente vantaggio dal modello di canone elvetico. Ogni franco di canone proveniente dalla Svizzera italiana viene integrato, grazie alla perequazione finanziaria, con altri tre franchi dalle altre regioni linguistiche.

Dai calcoli modello del BAK di Basilea si evince altresì che, per ogni franco di valore aggiunto della RSI creato, ci sono, ancora una volta, 40 centesimi di valore aggiunto prodotto in altre aziende della regione. «Ciò va dal panettiere che consegna i panini in mensa fino all’acquisto di una videocamera in un negozio», chiosa il direttore della RSI Maurizio Canetta. Così, secondo l’analisi, vengono generati ulteriori 500 posti di lavoro presso altre aziende.

predominio sul mercato nel Cantone

Lo studio mostra, per contro, come la RSI abbia anche una posizione di predominio sul mercato per quanto riguarda il panorama mediatico della Svizzera meridionale, che conta 350.000 abitanti. Così, di tutti gli operatori dei media delle regioni di lingua italiana, più della metà lavora presso la RSI. Fra tutti gli occupati attivi alla radio o alla televisione, l’82 per cento è da ricondursi alla RSI. Dopo il voto per il nuovo sistema di canone, in un sondaggio la RSI ha rilevato che la sua immagine non ne esce molto bene. Pertanto si è deciso di intensificare le informazioni sul sistema di diritto pubblico, affrontare le critiche e puntare tutto sulla trasparenza. Ad esempio, il direttore della RSI Canetta ha risposto per tutta una sera in diretta alle «domande senza filtro» dei telespettatori. Nelle regioni, anche nelle valli isolate, vengono organizzati dei dibattiti. E ieri, anche in riferimento allo studio del BAK di Basilea, Canetta ha fatto un po’ di chiarezza: «Questo studio è costato 27.000 franchi».

Gerhard Lob

dalla LuzernerZeitung del 22 marzo

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