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Risorse dell’emigrazione: il caso dei Botta (dal Lago Maggiore)

Alla fine del Seicento, la famiglia luinese dei Botta emigrò. Le tracce dei discendenti portano nelle Marche e in Germania. E infine in Svizzera. Una storia familiare che si intreccia a quella della dinastia Cartier, appassionante come un romanzo giallo, tra gli archivi comunali, le lapidi e le case storiche sul Verbano. 

Nel giugno 2014, l’architetto Mario Botta ha presentato a Luino un incontro dedicato al tema del sacro in architettura; con lui, il filosofo Giovanni Reale; ne è sortito un dialogo tra discipline di grande interesse, prontamente pubblicato nelle riviste locali. Un poco più prosaicamente, l’attenzione di alcuni astanti fu attirata dall’esordio dell’architetto: «Venivo a Luino da piccolo perché andavo a trovare una zia». Sarà stata, forse, una Botta anche lei? La questione non è così di poco conto. La storia della famiglia Botta (o meglio di una ramificazione luinese), infatti, è stata protagonista di un vero e proprio “colpo di scena” negli anni passati, un piccolo enigma dinastico che non è ancora stato sciolto e che pare riguardare, addirittura, la blasonata dinastia Cartier: proprio quella dei gioielli celebri in tutto il mondo.

Un tranquillo giorno di ordinaria amministrazione negli uffici comunali di Luino, alla fine dei trascorsi Anni Settanta, fu scosso da una missiva indirizzata al sindaco e al settore anagrafico. Mittente: un esponente della famiglia Cartier, Jacques. Richiesta: conoscere possibili relazioni dinastiche con un luinese di cognome Botta, imparentato per via matrimoniale in lidi lontani dai luoghi d’origine.

Pochi passi a monte del municipio, in via Alessandro Manzoni, un bel fabbricato antico è individuabile ancora come più antica residenza luinese della famiglia Botta; sul lungolago della città, sotto il portichetto del santuario dedicato alla Madonna del Carmine, una lapide recita: BOTTI FUMUS SUMUS HUMUS. Al centro compare un sommario stemma araldico dei Carmelitani.

Come si legano tra loro una manciata di luoghi e nomi rimasti solo nelle pieghe di documenti polverosi? La casa di via Manzoni (al civico 36) era abitata, a metà del Seicento, da un ceppo familiare facente capo ai fratelli Giovanni Battista, Cristoforo e Marta Botta, figli di un Giovanni Giacomo morto attorno al 1670. La famiglia godeva di una posizione di rilievo nella vita sociale del borgo d’allora; non si conoscono i motivi di una sicura agiatezza economica (manifestata nel palazzetto di cui si è detto), ma certo le prospettive erano floride se Giovanni Battista e Cristoforo poterono sanare un debito contratto dagli Strigelli (intrecciati grazie a mirate unioni coniugali: i due fratelli avevano sposato due sorelle di quella famiglia) per la costruzione dell’organo nel santuario sul lungolago. Era il 1673. Da qui l’ascesa nel quadro amministrativo del santuario medesimo (capitolo d’esercizio privilegiato per la “buona società” locale dalla fondazione, nel ’400, in poi) che un tardo esponente settecentesco del ramo contribuì anzi a salvare dalla furia delle soppressioni che pervase l’età illuministica: attorno al 1673 sarebbe stata collocata l’epigrafe sopra menzionata; in qualche affresco all’interno del tempio piace giocare a individuare possibili volti di questi protagonisti di un tempo.

Tra la fine del Seicento e la fine del Settecento, però, qualcosa andò storto. Il palazzo in via Manzoni fu ceduto, l’emigrazione una valvola di sfogo consolidata per rinsaldare declinanti destini familiari. Ci soccorre a comprendere il tutto la parabola di Giovanni Botta II, nato a Luino nell’agosto 1696, primogenito del primo Giovanni Battista e, per l’appunto, di una Strigelli. Aveva ben 14 fratelli (di cui sette erano donne), tra cui un Ortensio che, come già prima di lui il padre, pare fosse ceraio. Il mestiere garantiva buoni margini di guadagno nelle economie del tempo; ma le commesse (quelle note sono per il santuario di Cannobio, sulla sponda piemontese del Lago Maggiore) non furono forse sufficienti a mutati quadri economici.

Da qui la necessità di far fortuna altrove. Da qui l’inizio di imprevisti destini. Nel 1750 Giovanni Battista II moriva a Landau, in Germania. È lui l’indiziato per un’unione con i Cartier. Altri sono i discendenti dei Botta luinesi che si rintraccerebbero, oggi, nelle Marche, in Francia e, infine, in Svizzera. Tra le località menzionate in recenti cronache familiari figura Mendrisio. È un caso?

Nessun supplemento d’indagine ha fornito sinora risposte più solide a enigmi lontani e vicini nel tempo. Coltivare il mito, a volte, è più interessante; ed è utile, soprattutto, quando quel “mito” si chiama emigrazione, vera e propria base fondante di una società (quella subalpina) uguale su versanti separati dalla storia in diverse realtà amministrative, politiche e statuali. Un “mito” che per gli Svizzeri continua a rappresentare un capitolo di un’importante storiografia nazionale (si pensi agli architetti, da Borromini a Domenico Trezzini); un “mito” regionale, invece, per le valli subalpine italiane. Di certo, una vicenda comune e – ci perdoni Mario Botta che abbiamo scomodato in apertura – sempre portatrice, per intrecci e travasi di cultura, di fruttuosi destini. Comunque andò, fu forse per merito della fortuna accumulata altrove dal “nostro” Giovanni Battista II che alla famiglia Botta riuscì, almeno in parte, di raddrizzare sorti declinanti: la casa avita fu persa per sempre e nel 1719 era intestata ad altra famiglia; ma almeno un discendente diretto, Cristoforo, ci poté ritornare, ancorché in affitto; la figlia di Cristoforo, Maddalena, ebbe in sorte di riacquisirne la proprietà (ereditata dal marito Sardi). Almeno la memoria si salvò e oggi, popolarmente, quel palazzetto di via Manzoni (pur passato in altre e numerose mani) è, per tutti i Luinesi, ancora, la “casa dei Botta”.

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